Autunno: tempo di cambiamenti

Parto da lontano.
Mio figlio ha una nuova scuola quest'anno. Potrei raccontarvi il perché di questo primo, e importantissimo, cambiamento, ma questo meriterebbe da solo un altro post su insegnamento, bambini, crescita, pedagogia. Un post, forse, solo sull'essere unico di ogni bambino.
Mi accontento di dire qui che la nuova scuola di mio figlio è una scuola steineriana e che credo che questo cambiamento valga tutti gli sforzi organizzativi che ci costa, anche solo  in termini logistici di spostamento.
Ci sono nuovi ritmi nelle nostre giornate e, nello stesso tempo, come conseguenza, più attenzione alle cose che facciamo.
Dover scegliere ci costringe sempre a comprendere quali cose siano le più importanti.
Tanto per cominciare, anche un po' per integrarci, un paio di sabati fa come tutti gli altri genitori insieme ai ragazzi e agli insegnanti abbiamo partecipato alla Festa d'Autunno della nuova scuola. Una colorata e gioiosa confusione con salsicce, caldarroste, mercatino, torneo di scacchi per i ragazzi, laboratori. Un momento bello da passare tutti insieme, per essere una comunità e festeggiare insieme un momento di passaggio.
Ecco. Proprio da qui è partita la mia riflessione. La nostra Festa d'Autunno e l'importanza di sottolineare un momento di passaggio.
Amo l'autunno, amo i suoi colori, la sua indolenza, la sua introversione. Amo questa stagione che da sempre per me, più del mese di gennaio, rappresenta l'inizio di un nuovo anno.
La scuola che ricomincia (la mia, quando ero una ragazza, e ora quella di mio figlio), i buoni propositi dopo le vacanze, la riorganizzazione del lavoro, i cambi di stagione negli armadi, i lavori in giardino, la voglia di una nuova intimità, .
L'autunno è un passaggio. Ed anche, spesso, un momento di cambiamento. Mettere da parte ciò che per noi non funziona più e seminare nuovi propositi, nuovi ritmi, nuove attività... Riorganizzare, insomma, il nostro giardino interiore.

In fondo è soprattutto questo che mi piace dell'autunno: la natura che comincia a mutare colore, gli alberi che si spogliano preannunciando l'eterno rito della vita e della morte. Foglie che cadono perché - a primavera - possano nascerne di nuove.
Ho tolto le erbacce e potato i rami secchi in giardino, alla fine della stagione calda, e questo è il risultato. Una pianta seminascosta che ad autunno è esplosa rigogliosamente e ha dato i suoi fiori migliori.

Ho iniziato già da qualche settimana i miei riti autunnali. La parola d'ordine è quella di viaggiare leggeri. Ho liberato finalmente il garage da oggetti inutili che conservavo da anni, ho fatto il cambio di stagione nell'armadio e ho dato via tutto quello che non serviva. 
Mi sono iscritta a Feldenkrais e ho fatto un elenco dei miei propositi per questo nuovo anno.
Sfrondare, e scegliere. Approfittare di questi momenti di passaggio per capire cosa conta veramente. Nelle nostre case. E nei nostri cuori.
Ho cambiato scuola a mio figlio. Ho cambiato le nostre abitudini e le mie prospettive pedagogiche. E questo sta cambiando un po' anche me.
Le cose non avvengono mai per caso. L'ho scritto più di una volta. E le necessità possono trasformarsi in un'occasione.

Non siamo isole

Non siamo isole.
Questa frase continuava a risuonarmi nella testa già qualche mese fa, mentre scrivevo i ringraziamenti per il mio “A Cry in the Shadows”.
La traduzione, l'editing, la nuova copertina, l'impaginazione... È stato un lavoro duro e in qualche momento mi è venuto da pensare anche 'al di sopra delle mie possibilità'. Ho avuto bisogno di aiuto.
Così a questo “non siamo isole” sono stati dedicati i ringraziamenti del libro, nel momento sempre commovente e incredulo che è quello della pubblicazione.

Fatto? Esaurito?
Nemmeno per sogno, perché in questi giorni le stesse parole hanno ripreso a risuonarmi nella testa, apparentemente senza un preciso motivo.

Non siamo isole.
È vero. Quello della scrittura è un viaggio solitario, con la compagnia migliore e più esigente che ci sia: quella di te stesso. Ma nel lavoro, e nella vita, siamo sì molto di più di quello che immaginiamo, ma non siamo tutto senza gli altri. Senza un contraddittorio i nostri pensieri si avvitano su se stessi, senza qualcuno che si entusiasma per quello che scriviamo i nostri 'capolavori' sono parole e non storie, senza un amico o un collega da supportare non ci rendiamo conto di essere in grado di farlo, senza qualcuno da amare non sfidiamo i nostri limiti, senza riconoscere il dolore degli altri non impariamo ad accettare il nostro, se non riusciamo a chiedere aiuto rimaniamo nell'illusione infantile dell'onnipotenza.

Non siamo isole.
Non lo sono nemmeno io, che non a caso ho scelto un lavoro, come la scrittura, da fare in solitario. Il mio istmo, la solida terra che mi lega al continente, è mio figlio Lorenzo. Il mio istmo sono la mia famiglia, anche le persone importanti che non ci sono più (sei sempre con noi, Giuly!), e gli amici. Il mio istmo sono i miei colleghi Autori Indipendenti, con i quali condivido gioie e tormenti di questo lavoro.

Non siamo isole.
Quest'anno ho cambiato scuola a mio figlio. Non volevo che la fiammella che è dentro di lui, come è dentro ogni bambino, si spegnesse. Contro ogni razionalità, con la paura di fare una scelta i cui conti non sarei stata io a pagare, ho sconvolto tutte le carte in tavola del suo percorso educativo e l'ho mandato in una scuola steineriana. Sveglia all'alba e organizzazione quotidiana molto più complicata. Ma ho trovato una comunità di insegnanti, bambini e genitori, pronti ad accoglierlo con il sorriso. Persone che guardano a lui come una persona e non come a un'astratta entità 'bambino'. Siamo solo all'inizio di questa nuova strada, ma spero che la mia scelta sia ripagata con la serenità di mio figlio.

Non siamo isole.
Nel momento più difficile della mia vita ho sperimentato quanto ci si possa sentire smarriti quando la vita di chi ti è caro non dipende da te, e chi dovrebbe prendersene cura si mostra indifferente, se non ostile. Dopo mesi a rivivere quei giorni dolorosi, sono riuscita a dirmi: “avrei dovuto chiedere aiuto”. Bisognerebbe saperlo fare quando ci sono situazioni che corrono il rischio di schiacciarci. Anche accettare di aver bisogno di qualcosa o di qualcuno fa parte di un percorso di crescita.

Non siamo isole.
Riflessioni di questi giorni: tieni lontano chi vuole farti sentire sempre in colpa e chi ha bisogno di fare del male agli altri per sentirsi vivo. Fai notare a chi ti pesta i piedi che a te non fa piacere. Digli anche di spostarsi un po' più in là, se non ha intenzione di smettere.
Sii rispettoso con chi ti rispetta, e ottimista verso il futuro.

Non siamo isole. Mi piaceva semplicemente ricordarlo.

Tiramisù - Nora's recipe

Who read my books knows that my Nora loves cooking italian dishes and that Tiramisù is one of her favorites cakes.
Someone in the past days asked me about this recipe so... forgive me for my bad english (my readers know that I'm an italian author and someone else translated my books) and write down the Tiramisù recipe.
It is an easy recipe so: try! 

Ingredients:
5 eggs
500 gr mascarpone
250 gr sugar
dark chocolate
coffee
300 gr Savoiardi


Let's start making a cream with the sugar and the yolks of the eggs (keep 3 of the egg whites and throw away the others)
When the cream is ready, add the mascarpone in the bowl and keep working on the dough. Then work apart at the three whites until they are like a white foam. Add them in the bowl too.
At this point you have what we call in Italy “crema di mascarpone”

To have the Tiramisù, take the cake pan, put the Savoiardi on the bottom and pour the sweetened coffee on them.
Above the Savoiardi layer, put the Mascarpone Cream. You can make just a layer or more.
On the top, grate the dark chocolate. Now your Tiramisù is ready!

Maybe this is the strangest and ungrammatical recipe you ever read, but if you can understand my explanation you'll taste the best Tiramisù you have ever eaten.

Streghe e fatine

Tra streghe o fatine, voi cosa scegliereste di essere?
L'interrogativo mi si è appena riproposto per un dibattito giocoso legato a due post sul blog di Manuela Paric': la mia intervista, qualche settimana fa, http://fiumegiallo.blogspot.it/2013/05/blog-tour-giulia-beyman.html e quella della mia collega Martina Munzittu http://fiumegiallo.blogspot.it/p/blog-tour.html#martina.
Lei ci ha guadagnato un bel gelato misto creme e io un caffè all'arsenico.
E allora l'interrogativo è tornato: meglio streghe o fatine?
Martina è decisamente una fatina. È così che l'ho soprannominata, perché diverse volte mi ha dato aiuto e supporto nel lavoro. E scrive 'romanzi rosa' anche se con un twist di mistero. Scrive d'amore. Più fatina di così.
E io? Io al fatidico interrogativo oggi risponderei in modo deciso: strega for ever, senza ombra di dubbio!
(Manuela, mi dispiace per te, ma ho il sospetto che anche tu sia un po' strega con i casi che fai risolvere al tuo signor Mocha)
Ho vestito i panni di fatina per lungo tempo e comincia a stancarmi l'enorme sforzo di perfezione che richiede un ruolo tanto impegnativo. Sono stata una brava bambina da quando ricordo e non ho mai fatto memorabili 'marachelle' da che ho memoria.
Così con soddisfazione oggi faccio il tifo per le streghe!
Adoravo Samantha di 'Vita da strega' e ricordo con piacere 'Le streghe di Eastwick' che bistrattavano il povero Jack Nicholson.
Ho amato molto le streghe che popolano "La lettrice bugiarda", il primo romanzo di Brunonia Barry, e ripeto spesso anch'io, come la sua Eva, che "Il caso non esiste".
(D'altra parte Brunonia vive a Salem. Chi meglio di lei per parlare di streghe?)
Ho amato le sue lettrici di pizzo e le sue donne dai cappelli rossi e i vestiti viola. 
E ho amato le "Donne che corrono con i lupi" di Clarissa Pinkola Estés (lo so, sono passati diversi anni da quando è stato pubblicato!), che per la loro capacità di ascoltare il cuore e di seguire l'istinto sono streghe anche loro.
In nuce un po' streghe lo siamo tutte. Ma ci ricordiamo di esserlo? Diamo spazio alle nostre percezioni, incuranti delle aspettative altrui? Diamo spazio alle nostre emozioni e alle nostre piccole follie?
Dopo anni di sforzi inutili per essere una brava fatina, lo ammetto, da qualche mese ho ripreso a studiare da strega.
Molto banalmente, vorrei essere un po' più strega quando chiedo informazioni a un dottore che non empatizza con il malato che dovrebbe curare.
Vorrei essere più strega quando un cafone mi manda a quel paese solo perché, in macchina, rispetto uno stop. 
Vorrei essere più strega quando la cortesia e l'educazione vengono scambiate per debolezza. 
Vorrei essere più strega con gli stupidi e con i 'furbetti' di turno. 
L'ho deciso: voglio essere più strega quando qualcuno mi pesta i piedi e continua a rimanerci sopra, nonostante io gli abbia fatto notare che mi sta facendo male.
E magari, liberando i miei poteri da strega, riuscirò a comprendere meglio la confusa trama dell'esistenza.

Dare vita a una nuova storia - Il racconto in tre atti

Cominciamo con l'ammettere che, in quanto a struttura narrativa, da parecchio tempo non si dice niente di nuovo. Già, perché della divisione del racconto in tre atti parlava già Aristotele nella sua Poetica.
E allora che dire? Beh, che dopo un paio di millenni abbondanti siamo sempre là. Tre atti. Tre diversi segmenti narrativi. Per il cinema, per la narrativa e, per quanto strano possa sembrare, anche per i sogni. Un inizio, un problema da risolvere, una risoluzione.
Per dare un'occhiata, anche sbrigativa, alle caratteristiche di questi tre atti, possiamo dire che il PRIMO ATTO è quello in cui presentiamo il protagonista (o protagonisti) della storia, l'ambiente i cui i fatti avvengono, delineiamo il genere (letterario o cinematografico) che abbiamo scelto e creiamo quegli accadimenti che permettono alla storia di avviarsi.
Nel SECONDO ATTO, invece, sviluppiamo in pieno la nostra storia, generalmente con snodi e complicazioni che ci portano al momento della 'resa dei conti', il climax. Attraverso gli ostacoli che il nostro protagonista incontra aumenta la tensione e la curiosità per l'esito finale.
Il TERZO ATTO, infine, è quello in cui il protagonista sconfigge ogni ostacolo. È il momento del climax del racconto e della risoluzione, quando il nostro personaggio principale, dopo aver risolto i suoi problemi, vive la sua nuova vita.
Tra questi tre atti, il secondo sembra quello più libero da vincoli, quello con meno paletti narrativi, ma in realtà è spesso il più complicato da scrivere perché ha il compito di far salire la tensione emotiva della storia, fino al suo epilogo.
I punti di svolta, quelli cioè in cui avviene il passaggio da un atto all'altro, vengono chiamati in gergo TURNING POINT.
Chi si sia più o meno interessato alla struttura narrativa (lasciatemi dire che credo che chiunque si occupi di storie dovrebbe farlo) considererà questi miei appunti poco più di un'ovvietà. A tutti gli altri - più o meno scettici su 'griglie' che imbriglino la creatività - dico che anch'io facevo parte della schiera di quelli che considerano questi 'paletti' della struttura narrativa oltre che una grande rottura di scatole, anche un limite alla libertà di inventare.
Ma un modo per uscire da questa impasse c'è. Scrivete liberamente la vostra storia, senza pensare ad altro. Ma alla fine o voi, personalmente, o servendovi dell'aiuto di un editor, controllatene la struttura narrativa (un po' come vi ho consigliato di fare con i vostri protagonisti).
Scoprirete che se qualcosa non torna, se un atto è troppo poco sviluppato o i turning point non abbastanza evidenti, il racconto funziona meno di quanto farà quando avrete risolto questi problemi.
Se il discorso vi incuriosisce almeno un po', nel prossimo post parleremo del Viaggio dell'Eroe, delineando meglio lo schema della divisione del racconto in tre atti. Uno schema che riguarda il racconto cinematografico, ma anche qualsiasi altro tipo di racconto.
    Buona scrittura!

Intervista con tanto di caffè all'arsenico

La mia amica e collega Manuela Paric', autrice de L'enigma delle scarpe rosse, mi ha dedicato un po' di spazio sul suo blog. Una chiacchierata tra amiche parlando di indizi, vittime, colpevoli... E dei rapporti con i nostri esigentissimi protagonisti.
Se vi va, fate una visita al blog di Manuela per leggere l'intervista.
http://fiumegiallo.blogspot.it/p/blog-tour.html
    buona lettura!

“Words in the Dark” - First chapters



Prologue


Boston, July 23rd
“Nora… Are you there?”
Detective Joe Cooper listened for a long moment, before surrendering to the silence on the line. He didn’t like leaving messages, not even on his own answering machine. Pocketing his cell phone, he knew he’d talk to his wife later.
His shoe stamped out his unfinished cigarette and for the umpteenth time, he promised himself that he’d kick the unfashionable habit once and for all. A moment later, he walked into the bank and nodded hello to the security guard who had just walked out of the manager’s office.
“It’s only nine in the morning and can you feel how it’s already sweltering? Not even a breeze last night.”
Rick Clancy, six feet tall and a baby face, smiled back.
“I wouldn’t have slept a wink anyway. My kid’s teething and he kept us up ‘til dawn. I haven’t had a full night’s sleep for six months.” But his frown betrayed his pride as a new daddy.
Joe thought of his own little Meg.
“Savor it. They’re thirty before you know it.”
A second later his attention went to the only bank teller available. Rose, he thought her name was.
Although she was too heavily made up, Rose was pale as a sheet, staring into the void, expressionless.
She looked like she had even stopped breathing.
Joe glanced to two other clients waiting at the tellers. Even if he could only see them from behind, he thought it was strange that they were wearing woolen hats with all the hot weather they had been having.
“Hey… those men…”
Now even Rick Clancy had noticed the two men and Rose’s strange expression.
Joe motioned for him to stop and he glanced about. The manager must be in his office, he considered. Other than the two men with their backs toward them, Rose, the security guard and him, there was just a blonde woman dealing with her whining three-year-old who didn’t want to keep still and wait.
Joe had just enough time to think that he should get the mom and the child out of there with some old excuse, when the two men in front of Rose turned around.
Like he feared, they were armed.
And what had looked like just wooly hats were actually baklavas, revealing only their eyes.
At that point, he wasn’t alone in understanding that they were in the middle of a bank robbery.
“Oh my God!”
The blonde woman’s scream got stuck in her throat. Right away the taller robber aimed his gun at her little boy to make sure she wouldn’t do anything stupid.
The bank robber’s glance shifted to Joe who had the distinct feeling that he had seen this man before somewhere.
But where?
Detective Joe Cooper took a deep breath. After a life on the force, he knew that this was a situation as complicated as a chess game and he’d have to keep his cool. He took another deep breath to clear his mind and keep his emotions in check.
He watched and thought. For the moment, that was all he could do.
As long as no one lost their cool...
Then he noticed an almost imperceptible movement to his side and realized that Rick Clancy was only a step behind him and was slowly sliding his hand towards his gun. His face muscles tensed. A few drops of sweat streaked down from his temples.
Joe looked at the security guard and with a slight nod suggested the man leave his weapon where it was.
The woman and the child were too close to the bank robbers. Rose was already putting the money in a bag. All they had to do was let the criminals leave the bank and then they could call back up and possibly give chase.
In that silence laden with tension, Rick Clancy seemed to understand and he left his gun where it was.
Joe nodded imperceptibly, satisfied. Now there was nothing to do but wait, try to remain calm and not bother the robbers.
Only a few seconds passed, maybe three or four, when the first gunshot echoed throughout the bank and Joe slumped to the ground, an acute pain burning in his chest.
What had happened? Why had that robber suddenly shot him? They already had the money, all they had to do was leave, and instead…
As the noise around him became muffled and his vision started to blur, Joe felt a presence next to him. It took a huge effort to move his head, but when he did he looked into the icy gaze of the bank robber who had shot him and he had that same feeling again.
Those eyes…
A moment later another gunshot rang out in the bank and the security guard fell to the floor. Joe could see his crumpled body a few steps away out of the corner of his eye.
Rick was still just a kid; he must be scared, he thought. He would have liked to reassure him, but he couldn’t move.
Back at the precinct, Steve was probably wondering what was taking him so long. And Nora… if she knew, she would be terrified.
Why did it all go wrong?
Joe couldn’t concentrate. He thought of the security guard, of his young wife who would be waiting for him at home in vain. He thought of his own grandchildren with whom he had promised to spend a few days at the beach, and of Nora who was expecting to see him again, like every weekend, and how he hadn’t managed to wish her a good day that morning.
Then everything dimmed into that deep black darkness and the only thing he could still ask himself was: Why?





Chapter 1


Martha’s Vineyard, October 24th
At five o’clock that Friday afternoon, Nora Cooper reached Seaview Avenue in Oak Bluffs to meet a New York couple who on the phone had told her they wanted to buy a summer house on Martha’s Vineyard. The temperature was warm and the sky was clear. Only the yellowing leaves and the sun sitting low on the horizon let on that it was fall.
While they were looking around the cottage that Nora had picked out, thinking it right for them, Janet and Richard Bradford commented on the large rooms, the incredible view from the living room and the ceiling with the old wooden beams. They lingered, hugging each other, in front of the red-tinged ocean. As her husband wrapped his arm around her waist, with a simple, yet perfect movement, Janet Bradford rested her head on his shoulder.
Here are a man and a woman in love who want nothing more than to spend the rest of their lives together, Nora thought with a pang of sadness.
She could have walked off or looked away, but instead she stood and watched them. She missed how Joe used to make her feel protected. She missed every stupid, trite gesture of their everyday life.
Ever since he had gone, life went on, but it was as if it were happening behind a pane of glass.
She took a deep breath. Her pain was lying in ambush. She could feel it on every inch of her skin, but she wasn’t going to cry. She couldn’t possibly cry, otherwise she’d drown in her tears.
Remembering the fairy tale from when she was little, she said a prayer to the Snow Queen, asking her to freeze her heart.
Make me not feel the pain.
Make me not feel the pain.
A moment later, Janet Bradford left her husband’s embrace and came over to Nora.
“The beach is only a few steps away. It’s an incredible view. The house seems like it was made for us.”
Nora forced a smile. That’s exactly what she and Joe had thought the first time they saw the cottage on Lake Tashmoo. It made such an impression that from one day to the next they reorganized their lives so they could buy the house.
In a few weeks, she had moved to The Vineyard to start a new real estate agency and renovate the cottage, while Joe stayed in Boston during the week and met her, the police department permitting, for the weekend.
Three months. Only three months more and Joe would have retired. Only three months more and he wouldn’t have been in Boston anymore. He wouldn’t have gone to that bank. And no one would have killed him.
Nora made herself stop thinking about all the things they had planned to do together when Joe left his job and instead concentrated on showing the Bradfords the antique leaded windows that separated the kitchen from the living room.
As soon as the tour of the house was over, just like all clients, Janet and Richard Bradford promised they would be in touch soon.
But they would be calling, Nora thought after saying good-bye.
She had worked in real estate for more than twenty years and she could boast that she knew when someone was really interested or not.
She hadn’t burst out in tears and she had done her job well. She had been sociable and had smiled. Maybe she could manage, she said to herself as she walked back to her office in the center of the town of Oak Bluffs.
The charm of the colored Victorian houses looking like gingerbread in a fairy tale and the cheerful shops were the main reasons she decided to buy the small office space at Oak Bluffs where there was only just enough room to squeeze in a small cornflower blue sofa, a filing cabinet and two desks.
Seeing her arrive, Judith stood up to make a cup of coffee.
“How’d it go with the Bradfords?”
Judith’s few extra pounds gave her a reassuring maternal air. She was something more than a secretary for Nora. Eight years ago, when she came to Nora's agency in Boston looking for work, Judith was a little over forty years old. She didn’t have any experience, or references, but she was willing to work. She had recently become a widow and had five children to provide for.
“After what I’ve faced to raise them, no job can scare me,” she had said, revealing her ironic sense of humor.
Undaunted by her age or her nonexistent résumé, Nora had decided to give her a chance. And she’d never regretted it.
Six months earlier, when Nora had told her of her decision to move to The Vineyard, without even thinking twice Judith had told her that she would gladly follow her. Obviously, only if Nora wanted her to, Judith had specified a moment later.
The island would be a wonderful place for her children to live, she had explained. What’s more, and no small thing, that would save her the trouble of looking for a new job and starting everything all over again at the age of fifty.
“They liked the house. I think they’ll call back,” Nora answered, sitting down behind the desk.
“Then they will. I’ve never known you to be wrong.”
And this would be the perfect moment to make a sale, Nora thought. Work in Martha’s Vineyard was concentrated mostly in the summer months and hers was a little agency, and had been open for only a few months. Closing the contract would give her a little room to breathe.
Judith held out a cup of coffee to her.
“Here you go. Black, like you like it.”
“Thanks. I don’t know what I’d do without you,” Nora answered, sincere.
After Joe died, she’d left Judith to take care of the business all by herself, right in the middle of the summer rush. And Judith managed wonderfully. Except that after a few weeks Judith had started finishing their phone calls to Nora with: “If you drop by the office…” and “Maybe when I see you…”
Had she understood that if Nora’s mourning wasn’t interrupted then, it might last forever?
Maybe yes. And she was right. Because going back to work meant a slow, but steady return to life.
“Have the photos of the Vineyard Haven cottage arrived?” Nora asked while she turned on the computer.
Judith nodded.
“If I’m not mistaken, you agreed on eight hundred thousand dollars.”
“I don’t think they can ask for more than that. The house and garden are beautiful, but between you and me, that place needs a lot of work,” she answered while she was checking the mail that arrived at the house that morning. As usual, bills to pay. “Just like the Tashmoo cottage when we bought it,” she concluded a moment later.
Judith smiled.
“Well, most is done now. And when you have that pool, you’ll have turned it into a luxury cottage.”
Right. How many times had they questioned the sense of having a pool in The Vineyard where they were just a few steps from the beach, but Joe had gotten the idea in his head that their grandchildren would have had a ball splashing in the swimming pool.
“Don’t remind me. In a bit, they have to start work on it and the mere thought of having all those workers around the house…”
Joe wasn’t there anymore and often she was right on the brink of dropping that project. But she had already made arrangements with the company that had renovated the cottage and she didn’t feel like backing out now.
Or maybe it was because it was so important to Joe that she couldn’t give up on the idea?
Judith turned on the printer.
“Here you go. I’ll show you the photos that I think are best.”
Nora gave a slight, distracted nod because in the mail she had noticed an elegant ivory envelope from a Boston law office: Mitch Miller & Associates.
She flipped over the envelope and noticed it was addressed to Joe.
The letter was for her husband, but he would never read it…
She drank a sip of coffee to warm her up after the shiver that had run up her spine.
“Look, Nora. What do you think of these?”
Judith was showing her the photos that she had chosen for the file on the Vineyard Haven house.
“They look wonderful,” she answered without really focusing on them.
A moment later, she finally decided to open the letter.
Dear Joe Cooper…
Nora read one line after the other, more and more bewildered, until she couldn’t even distinguish the words. She was breathing heavily as if she had just been running.
“Nora… Everything okay?”
Nora looked up from the letter and realized that Judith was watching her, worried, from the desk in front of her.
“Yes, everything’s fine… Thanks,” she lied, folding the letter back up and putting it in the envelope.





Chapter 2


Was it possible that Joe wasn’t the person who, for so many years, she thought he was? And was it possible that there was a Mr. Hyde who was living out a second life for him?
It was eight thirty in the evening and the table was still crowded with the food left from the dinner they had just finished. With a deep sigh, Nora stood up from the sofa and spread her palms out in front of the fire, trying to warm the chill creeping up inside her.
A tornado had hit her life, but she had organized a birthday party for her grandson and for now, she wasn’t going to allow any storm upset it. She would strike the sails, let herself be rocked by the waves, and try to stay afloat.
She turned her back on the fireplace and her gaze caressed the rest of the room. The children were having fun wrestling with their daddy, her daughter Meg was setting glasses out on the table for the champagne and her dinner of lasagna and veal cutlet had been met with great enthusiasm.
After many years, her family was still grateful for the months she had spent in Italy taking an art and literature course. What made them proud wasn’t her knowledge of Dante or Michelangelo, but her home made fettuccine, gnocchi al ragù, ravioli with butter and sage and all the other dishes she had learned to cook there.
Nora couldn’t help but think that Joe would have appreciated dinner that evening. Like her, he loved good food and being with the family.
Joe.
Are you really so sure you know what your Joe loved, whispered a little voice in her head.
Of course Joe would have been happy to be there with them, Nora told herself, trying to silence the voice.
“You okay, Mom?”
Meg came over and Nora gave a slight nod.
“The kids are growing so fast. Charlene is only eight and she already seems like a young lady.”
It was like talking about the weather with an acquaintance she had just run into, but it wasn’t the moment for deep conversations. Soon enough she and her daughter would have a conversation that neither would enjoy.
Meg put her arm around her mother.
“They grow up and we get old.”
“Shame on you. Complaining at your age…” Nora slipped out from her embrace with a smile. “I’ll clear the table for the cake. I don’t want the children to go to bed too late.”
Nora crossed the room, trying to walk steadily. She would have rather never received that letter. With only a few words, the letter from the lawyer Mr. Miller had managed to shatter what she had thought was a happy marriage of thirty-five years.
She had always thought her husband was too predictable, but also she maintained him sincere and honest.
And yet…
Now, that’s enough, Nora told herself, trying to bury her anxiety under another smile. They were there to celebrate little Jason’s birthday and she wouldn’t let her sadness ruin the party.
She went to the dinner table and started concentrating on folding napkins, even if that it was all in vain since she’d stuff them in the wash.
The ever-efficient young Indian man who helped her around the house came over to put the dirty plates and glasses on a tray.
“Let me, Mrs. Nora. I’ll put everything away.”
“Thank you, Rudra. Then we’ll get the cake and candles.”
As she gazed at the birthday streamers that she had hung for Jason, Nora thought for the second time that evening that she should have invited Steve to the birthday party. After all, he had always come to all their family gatherings.
He was her husband’s most trusted colleague and their best friend.
Yes. She should have invited him. But she had been scared that Joe’s absence would have been even more intolerable if Steve had been with there, she admitted to herself while she prepared the dessert plates.
“Birthday caaaake!!!”
As Rudra came in with the cake, everyone gathered around the great oak table in the living room. Meg lit the three candles and her ex-husband got ready to pop the cork on the sparkling apple cider for the children.
“Happy birthday to you, happy birthday to you…”
The birthday chorus was joyful and out of tune. Jason was jumping out of his skin with glee when he got to blow the candles out over again so his mother could snap a few more photos.
“Happy birthday, Jason.”
Nora bent down to hug her grandson and immediately a large red cat rubbed against her leg, meowing expectantly.
“I can’t believe Dante’s jealous,” joked her daughter.
Her kids’ shouts were drowning out her voice, “Scra-bble! Scra-bble!”
Like a tribe of Indians on the warpath, Jason, Alex and Charlene surrounded their parents, pushing them into the kitchen.
Nora forced a smile. Scrabble was one of the favorite pastimes in the Cooper house and Joe had always been the champ.
“Sooner or later, you’ll beat the master,” he had enjoyed teasing her at the end of their fierce games.
But now, there wouldn’t be any more Scrabble games with Joe, just like there wouldn’t be any other of the simple pleasures of their life together.
Were these things just as important to Joe, Nora couldn’t help wonder.
Then her gaze wandered out the large window in the living room. She thought she saw something sparkle in the darkness of the road. But she didn’t have time to think what it might be because Charlene had come back and taken her hand.
“Come on, Grandma. You’re the only one missing.”
Nora found a smile for her.
“Let’s play, then. I want to see if you can beat me this time around.”
She put the plate of uneaten cake back on the table and followed her granddaughter into the kitchen.
A shadow darkened her expression for a moment when her hand brushed against the letter from Mr. Miller in her pocket.





Chapter 3


Leaning on the black Ford that blended into the darkness of the night and whipped by the salty ocean wind, Mike Repetti lit the umpteenth cigarette of the evening and watched Mrs. Cooper as she crossed the living room to reach her guests in the kitchen. For a moment, before going to them, she had stopped right in front of the window.
But in all that darkness she couldn’t have seen him, he reassured himself.
He checked his watch. It was a few minutes past nine.
He should be home having something hot to eat instead of standing out there where someone could notice him.
The street flanking the lake was deserted and in the now empty living room of the cottage, there wasn’t much else to see.
A gust of wind bit hard and he hugged his down-lined jacket. Standing there in the middle of the road, his feet and hands were already freezing. All right, he finally gave in. It was time to use what sense he had left and go home. Maybe a few beers would help him fall asleep.
He was already opening the door to his car when he realized that Mrs. Cooper’s daughter had come back into the living room to look for something.
Meg…
Mike Repetti’s gaze got lost in the waves of red hair that framed her perfect oval face and highlighted the hazel color of her eyes. The shade wavered between green and brown and reminded him of the nuances in agates.
Meg was the kind of woman who could light up a man’s life.
But if she knew even one of the reasons pulling you towards her, she would run away…
Walking over to her during that art show had been inevitable. He had no choice; he was drawn to her like a thirsty person to water. But the dark shadow pushing him towards her felt as heavy as a lead.
No, nothing good could come of that story, he thought, crumbling up his empty cigarette pack with the promise that it would be his last for a long time.
The Lake Tashmoo cottage still held its charm and the renovation hadn’t altered its original appearance, he thought, observing its illuminated silhouette under the glow of the lights as Meg disappeared again into the kitchen.
It’s as if time had never passed at all…
Mike Repetti looked over at the fragments of moon dancing on the surface of the lake, rippled by the wind and everything around him confirmed that this place was even lovelier without the summer chaos.
People should appreciate more what isn’t immediately obvious. And as if his thoughts had evoked her, Meg’s image resurfaced in his mind.
He smiled, remembering that in ancient legends, girls with hair ‘the color of fire’ were often considered special, either fairies or witches.
And what was Meg then?
In his life he hadn’t met many women like her, but whether she was a fairy or a witch, he didn’t know. From what he knew of her, she was a woman who didn’t believe in compromising, and to his misfortune, who was also allergic to lies.

Dare vita a una nuova storia - 1. Protagonisti & Co.

Comincio con il dire che immaginare la vita di nuovi personaggi, vederli via via prendere forma e qualche volta, perché no?, persino ribellarsi alle mie intenzioni è per me la parte più piacevole di ogni nuova storia.
Dopo avere più o meno immaginato cosa succederà e dove, in genere prendo un piccolo quaderno - uno nuovo per ogni nuovo romanzo - e comincio a pensare ai personaggi che via via mi sono venuti in mente. E comincio dalla scelta del nome.
Il nome è importante. Riesci a immaginare cosa può fare o non fare un personaggio con quel nome. Puoi vederlo, fisicamente, e arrivare persino a sentire cosa prova chi lo chiama, con quel nome, o lo saluta.
Per facilitare questo lavoro di ricerca del nome - forse pensando a chi aspetta un bambino più che alle turbe di noi scrittori - sono nati una serie di siti (come Behind the name ) che generano random nomi a seconda della nazionalità scelta.
Alcuni di questi nomi, va detto, sono improponibili. Ma cercando qua e là e a volte mescolandoli, si può riuscire a risparmiare un po' di tempo in questa operazione preliminare.
Può anche capitare, in corso d'opera, che il personaggio si opponga al nome che con tanta cura si era deciso di scegliere per lui. In questo caso non c'è che da provarne qualcun altro, fino a reciproca soddisfazione.
Mai lasciare un personaggio scontento. Prima o poi troverebbe il modo di farcela pagare.

E poi? Una volta che il nome è trovato, comincio a pensare a una serie di cose apparentemente banali che in fase di scrittura si rivelano sempre utilissime. Che aspetto ha questo nuovo personaggio? Come veste? Quali sono i suoi gusti? Cosa ama mangiare? Ha qualche idiosincrasia? È sposato, ha una famiglia o altro? Qual è il suo passato?
E via via, con queste domande, si arriva al cuore del personaggio, che da burattino di legno si sta via via animando. Che carattere ha? Cosa nel suo passato ha fatto sì che sia come è? Qual è il suo 'fatal flaw'?
Quest'ultima domanda, come ho già detto in un mio guest-post sul blog di Rita Carla Francesca Monticelli (Come mai finisco sempre per uccidere i mariti altrui?), credo che sia la domanda chiave almeno per il protagonista del libro, e per il suo co-protagonista, se c'è.
Una volta trovato questo 'fatal flaw', è importante ricostruirne la storia. Non è necessario raccontarla, ma chi scrive deve conoscerla.
Perché il plot del racconto obbliga il protagonista ad incontrare i limiti che la vita gli ha imposto e ad affrontare il cambiamento.
Per me, è questo il vero succo di ogni storia.
È anche vero che ci sono storie in cui il protagonista non cambia (un esempio per tutti: Mary Poppins). In questo caso il ruolo del protagonista è quello di sollecitare il cambiamento negli altri personaggi. Si tratta di quello che viene chiamato 'eroe catalizzatore'.

A chi sia affaccendato in questo lavoro di riflessione sul suo protagonista, posso consigliare almeno uno strumento in più. Da usare - secondo me - quando l'idea che abbiamo del nostro personaggio è già abbastanza avanzata. Per perfezionarla senza frenare la nostra creatività.
Questo strumento sono gli archetipi individuati da Carol Pearson nel suo libro 'L'eroe dentro di noi'.
Facendo riferimento a Jung e all'opera di Joseph Campbell la Pearson individua sei archetipi-base: l'Innocente, l'Orfano, il Martire, il Viandante, il Guerriero, il Mago. Tipologie psicologiche, ma anche fasi che in diverso ordine tutti noi attraversiamo nel nostro percorso di crescita individuale.
La condizione iniziale è la fase dell'Innocenza, in cui tutto sembra lì solo per noi. Dopo l'adolescenza, invece, l'individuo si rende conto dell'imperfezione e della fallibilità del mondo e si sente un Orfano che ha perso la sua condizione di onnipotenza.
C'è gente che si sente così e recrimina per tutta la vita, incapace di prendersi la responsabilità della propria esistenza...
Senza dilungarmi su tutte le categorie (se siete interessati, vi consiglio di leggere il libro della Pearson), confesso che mi intriga la categoria del Guerriero, perché è quello che non sono ancora stata capace di essere, e che sogno di arrivare ad essere un Mago. Il Mago è infatti l'archetipo di chi comprende il senso della vita, e anche del dolore. È un alchimista che sa trasformare ogni esperienza in qualcosa di positivo.
Quindi, per tornare a noi, può essere di grande aiuto, per completare il nostro lavoro, sapere in quale stadio della sua crescita si trova il nostro protagonista e cosa deve diventare.
 
E voi? Come create i vostri personaggi? Avete anche voi un quadernino per scrivere chi sono, cosa sono stati e cosa fanno?


A Cry in the Shadows - First chapters

 
CHAPTER 1


Rome, Italy, December 13th
I remained still, trying to distance myself from the nauseating smell of the trash, looking at the body lying on top of the pile of garbage like a tattered bundle of clothing.
I didn’t mind the frosty wind cutting my face and my hands; neither did I realize I had forgotten my coat in the car.
How could murdering be that easy? I couldn’t avoid asking myself with a feeling of omnipotence that should have been clashing with my sense of guilt.
I couldn’t imagine myself doing such a heinous act, not even in my worst nightmares.
And yet...
Alexandra was beautiful, and she knew she was. I could expect nothing but trouble from a woman like that.
Just a blurry shade of surprise had crossed her eyes when she noticed I was waiting for her by the garages. But she couldn’t rally anything but strong words to face my ingenuous attempt to bring clearness to our lives.
In the face of such arrogance, my anger had grown like an ocean wave, and my only thought had been to shut her up. And so I hit her, and then again—till she had fallen lifeless to the ground.
I deeply breathed in and out in the attempt to quit gasping. Managing to take Alexandra’s body off the car had been harder than I imagined. But I did it.
I turned, to make sure nobody was around. Even in the dark, the sleazy scenery of the suburbs appeared depressing. But the background was not something I wanted to focus on.
I gazed one last time at the body lying partially visible beneath the mound of trash and thought that, however hard it might be to do, maybe one day I would forget about that mess. The truth is it had just been a “terrible accident.”
The irreparable would not have taken place, if only Alexandra had not shown so much scorn.
What was really important now was to protect that secret. No matter what!
Then I felt numerous drops of sweat sliding down my temples and my neck. Maybe because of that thought. Or maybe because of the anger that, while cooling down, was making room for a new fear about my future.
On my way back, I turned the car’s heater on to dry my sweaty shirt. I tried to think about something else and switched the radio on to listen to some good songs.
I needed to relax. Yes, I had to relax and erase from my mind what had occurred in the last hour. So that no one could read in my eyes that I had just killed someone.





CHAPTER 2



Martha's Vineyard
Sparkling snowflakes floated in the air like puffy cotton balls. Nora watched them multiplying across the windows and, as always happened to her during a snowfall, she immediately felt a joyful sensation.
Few things are better than a white Christmas, she thought while looking out the window. The lights in the gardens; the colorful decorations on the trees; the fireplaces sending smoke up the chimneys; and all that snow covering the streets, the woods, and the boats at the harbor.
But she was not going to spend the coming festivities in Martha’s Vineyard, Nora reminded herself. And as far as she knew, it didn’t snow that often in Rome.
Rome... Italy...
Such a long time had passed since she’d seen those landscapes she loved, or had a pizza in a “trattoria” in Trastevere, or simply chilled on the steps of Piazza di Spagna.
Her only regret was that she wouldn’t get to spend Christmas with her little nephews. Mike Repetti, her daughter Meg’s new fiancé, had family in Vermont, and Meg had decided to go along with him only after making sure that her mother was not going to spend her festivities on her own.
But she was glad to go back to Rome and spend some time with Susan. The last time she visited, she wasn’t really in the mood for a tour of the city. Susan had then been recovering at the hospital after a terrible car accident in which she had lost her sight. And those were not easy days.
If only Joe had known how tough her niece’s life had been that last year...
But maybe he had known, Nora thought just a moment later.
In the last months, the boundaries between what was real and what wasn’t had blurred in her thoughts. And possible and impossible seemed to have faded one into the other.
The snow in front of her was falling thicker, and her eyes were captured by the beauty. The flakes fluctuated lightly like particles of an intricate lace, when suddenly Susan’s crying face materialized in front of her eyes.
The image was so realistic, it made Nora step back in surprise.
The floor, too, started to waver so intensely under her feet that she had to lean on the dresser in order not to fall on the floor.
Susan...
Nora took a deep breath, then closed her eyes for few seconds. When she opened them, she felt as if she had regained a bit of stability in her legs.
She hadn’t eaten much that morning, and maybe that feeling was just a consequence of low blood sugar, she thought. Maybe it was just a bout of dizziness. The thought of Susan had made her imagine seeing her in the midst of that snow lace.
But her image seemed so real...
A moment later, Nora went back in front of the window to erase the uneasiness she was still feeling. The snow was falling even more intensely, and by now it was enveloping the landscape like a soft blanket.
She stood still while observing, but this time saw nothing but snow.
“Do you think the price is negotiable, Mrs. Cooper?”
Ernie Jackson’s voice made her wince. Nora turned toward the client she had taken to visit Vineyard Haven’s cottage and tried to hide her confusion.
Mr. Jackson had a scrawny face and the aloof look of someone who carried pain in his heart. He was a quiet man, and Nora realized she still did not understand if he was interested in the old cottage that just few weeks earlier her agency had been put in charge to sell.
But that last question regarding the price just opened her up to a new perspective...
“After so many years doing this job, let me tell you, Mr. Jackson, that there are no unnegotiable prices. There just are sellers who don’t want to sell, or buyers who are not interested enough to buy.”
As if he didn’t hear her, Ernie Jackson remained silent, staring at the ocean through the picture glass window.
“My wife would have loved this house.”
Nora immediately recognized the man’s silence, that timid smile, and that invisible wall that separated him from the rest of the world. He was a “survivor” too. Like herself and many others like her, he lived carrying the weight of having lost forever the person he had most loved in the whole world.
It was clear from the way Mr. Jackson had said those words that Mrs. Jackson was not part of the world of the living anymore.
You can make it, Mr. Jackson, she would have liked to tell him. There are many out there who’ve gone through this and made it. I have, myself. Even if my life is not the same as it used to be.
“I am very sorry about your wife,” she said with sincerity. “For how absurd and unjust it may now seem, it will get better—you’ll see.”
“Take all the time you need,” she then added while handing him her business card. “Here is my contact information—don’t hesitate to call me.”
The man nodded and, unexpectedly, before saying good-bye, left her with a purchase proposal Nora considered more than fair.
How had it happened, then, that suddenly the enchantment and joyfulness of the imminent Christmas season vanished?
Nora hurried to close the windows and realized it was time for her to go. The snow was copiously falling from the sky, soon enough Martha’s Vineyard’s roads would be inaccessible and she did not intend to get stuck in the city.
Maybe because of seeing Susan’s face through the snow, or because of the anxiety she suddenly felt, a cold sweat was now pearling on her forehead, and her heartbeats were amplified in her chest.
She hadn’t felt like this since many months before.
Since when...
She only had the living room windows left to close. Then she could head out, and maybe the crisp air would help her feel better.
She had experienced panic attacks before. But that was when Joe had died and someone was trying to take her Lake Tashmoo’s house from her.
Nora barely closed her eyes and took a deep breath the way her yoga teacher had taught her. Once, twice, and once again.
Then her heartbeat slowly stabilized, and her breath became less wheezy.
It may have been the sadness I felt in that man, she thought. The fresh pain from his wife’s loss had reminded her of her own.
Or maybe it had been Susan’s crying face that she thought she had seen in the snowfall.
She took the house keys from the kitchen table, where she had left them, and tried to get rid of that feeling.
She had done so much in the last months to get back in control of her life. And what if she was starting to have visions again?
No. She didn’t know what had just happened, but she was sure it would not recur. She was not going to see someone crying in the midst of the snowfall or in any other place again. She was not going to have her dead husband write her messages with the Scrabble letters again the way it had happened just a year before.
She had accepted the way Joe managed to communicate with her, and also that he had suddenly stopped.
She had no rational answers for that, but surely she didn’t intend to talk about it with anyone, but...
But did she feel ready to reopen that door to the beyond, with the risk of finding some restless soul wanting to get in touch with her again, just to solve problems left unresolved on earth?
Maybe not. Because that “gift”—which was how her friend Debbie called it—sometimes made her feel like she had gone nuts.
She would have to call Judith to tell her to close the agency in advance that night and go back home. And that’s what she herself was going to do, as well as avoid getting stuck in the snow.
Nora lingered for just a moment in front of the cottage’s door before heading out into the cold. Because as much as she desired to ignore it, she knew too well the power of signs and dreams not to understand that soon something else was going to happen.

Gialli, Thriller... e la metà che conta

Nuovo Guest Post sul mio blog, oggi. Ma stavolta si tratta di un Guest Post per me molto speciale. Perché la persona che oggi ci parlerà di una particolare caratteristica della struttura narrativa nei gialli e nei thriller è Mauro Marsili, sceneggiatore di numerose fiction televisive nonché... mio marito. 
Esperto di struttura narrativa, sta terminando la stesura di un libro dedicato all'argomento e organizzando una scuola di sceneggiatura a Siena.
Infrangendo la regola di non mischiare lavoro e vita privata (ma questo noi lo abbiamo fatto da tempo firmando insieme alcune sceneggiature televisive), gli ho chiesto di scegliere un argomento per un guest-post sulla struttura narrativa e questo è il risultato.


In tema di struttura narrativa vorrei evidenziare qui un aspetto importante del racconto in generale, e di quello giallo (ancor più se thriller) in particolare. 
Prendendo in esame solo il secondo dei tre atti in cui sempre il racconto si divide, ho rilevato che il protagonista (in genere un investigatore o un poliziotto) conduce un’indagine ‘esterna’ fino al mid point (così, con un inglesismo si definisce la metà racconto, con tutte le implicazioni ad esso collegate). 

Per esterna intendo la ricerca del ‘cattivo’ attraverso i classici elementi di un'indagine: testimonianze, analisi del dna, controllo di conti bancari, appostamenti, etc., etc. In questa fase, cioè, il poliziotto o l’investigatore si occupa di un’indagine esterna a lui, una ricerca che conduce muovendosi nel mondo esterno. Fino, appunto, al midpoint. A questo punto l’indagine diventa ‘interna’. 

In che modo? 
Il ‘cattivo’, a questo punto della storia, lo individua come suo persecutore, conosce il suo nome e la sua identità, e lo mette nel mirino. Quindi il nostro protagonista, poliziotto o investigatore che sia, diventa lui stesso il bersaglio del cattivo e deve cercare dentro di sé le forze per sconfiggerlo. Fino a cadere, alla fine del secondo atto, nelle mani dell’assassino pronto a ucciderlo. 

Un puro escamotage di suspanse? Non credo. In termini più generali, ma ugualmente ‘strutturali’, credo che questo spostamento debba avvenire perché finalmente il protagonista cerchi dentro di sé la soluzione al problema. E questa sua ricerca deve metterlo in crisi  ad un livello così profondo da costringerlo a trovare la soluzione (tecnicamente - non spaventi - questo viene definito 'punto di morte', perché è il momento in cui le possibilità del protagonista di farcela sono ridotte a zero). 
Ed è a questo punto che si apre il terzo atto, che infine approda al climax.

La ricerca rappresentata dal percorso per stanare l’assassino ritengo sia metafora di una ricerca più profonda che il protagonista conduce per individuare sé stesso, le proprie parti profondamente vitali, la forza che serve per farcela contro il ‘male’.

Grazie al cielo sono un autore indipendente. Ma, per favore, posso avere un po' di tempo per scrivere, per favore?

Lo so che a qualcuno questa mia richiesta potrebbe apparire alquanto strana. Faccio la scrittrice, quindi niente dovrebbe essere per me più scontato dell'utilizzare il mio tempo per scrivere.
Ma niente illusioni. Come in un'infinità di altri casi, anche in questo non è tutto così semplice come sembra. Perché sì, sono una scrittrice, ma una scrittrice indipendente. E questo, dal punto di vista del tempo da dedicare alla scrittura, fa una gran bella differenza.

Uno scrittore indipendente, infatti, non deve solo scrivere (che sarebbe poi la parte più piacevole del suo lavoro) ma, direttamente o con l'aiuto di qualcun altro, deve occuparsi di tutta un'altra serie di questioni non da poco. Impaginare il libro e l'ebook (due cose ben diverse), pensare alle copertine (importantissime!!) e a un bel titolo accattivante, compilare sinossi, riassunti, quarte di copertina e quant'altro racconti il contenuto del libro... e poi fare l'upload dell'ebook sulle diverse piattaforme, che figurarsi se richiedono tutte le stesse caratteristiche di formattazione...

Finito qui? No, non credo proprio. Sarebbe fin troppo facile.
Se sei un autore indipendente, man mano che vai avanti nel tuo lavoro, devi scegliere i tuoi collaboratori (per far apparire il tuo libro professionale è ormai quasi indispensabile), seguire l'eventuale traduzione, fare anche dei conti ogni tanto, perché questi benedetti conti tornino!

Ancora. Se sei un autore indipendente e vuoi che qualcuno sappia che il tuo libro esiste (con i tuoi scarsi mezzi, che non hanno niente a che vedere con quelli che consentono la visibilità a un autore tradizionale) devi focalizzare la tua attenzione sulle strategie di vendita (ma davvero devo farlo io?!, mi chiedo ogni volta) e, sì, DEVI saper usare i social networks! E non importa se puoi trovare anche piacevole questa socializzazione e scoprire inaspettatamente begli amici, perché qualche volta trovare il tempo per tutto è davvero una complicata operazione di equilibrismo.
Perché ci sono Facebook e Twitter, ma anche Anobii e Goodreads... E Pinterest che ti ha fatto di male? Per non parlare del blog. Posssibile che la tua mente creativa non riesca a produrre con un po' più di frequenza post che tutto il mondo consideri 'imperdibili'?

Ma nel frattempo devi decidere quale sia il prezzo giusto per il tuo libro e magari  riflettere su strategie di marketing che ti sono incomprensibili. Perché, non c'è niente da fare, per quanto farai del tuo meglio, i successi e gli insuccessi saranno sempre una sorpresa rispetto a quanto pensavi o ti aspettavi.
E controllare i report delle vendite potrà essere una festa, una perplessità o una delusione.

Sono settimane che seguo la traduzione dei miei due libri, scrivo mail in inglese che non so mai se il mio interlocutore capirà, penso alle nuove copertine e ai nuovi titoli, immagino il sito in inglese che ancora non è pronto, cerco di capire come funziona Goodreads o come mai potrò caricare su Anobii le centinaia di libri che sono nella mia libreria. Io, che sono poco fotogenica, vado 'raccattando' foto ovunque, perché non è possibile immaginare di essere per i tuoi lettori solo un quadratino a testa d'uovo o una sagoma senza volto.
È la parte più importante e più bella del nostro lavoro, il rapporto diretto con i nostri lettori. La più gratificante, anche. Perché se nell'editoria tradizionale è il lettore a cercare il libro, nel mondo del self-publishing è più vera l'affermazione contraria, e cioé che il libro deve cercare i suoi lettori.

Non ho ancora una copertina per il mio secondo libro tradotto, né un titolo che mi soddisfi.
In questo lavoro in eterna evoluzione, ho anche deciso di ripensare alla linea grafica delle mie copertine italiane e - per quanto io sappia di essere negata per il marketing - sto cercando di organizzare qualcosa di carino per il Book Launch dei miei libri tradotti.

Questo sfogo è uno sguardo ironico sulle mie giornate, non una lamentela. Questa è la strada che ho scelto, mi piace, ed è quanto di più vicino a quello che io sono.
Ma la domanda da cui siamo partiti, che sembrava tanto scontata, a questo punto è inevitabile:
Posso avere un po' di tempo anche per scrivere, per favore?

Ho iniziato il mio terzo libro subito dopo l'estate, ho tutta la storia in testa (e non mi sembra vero), che non chiede altro che di essere scritta. Ho anche già buttato giù qualche capitolo. E poi? E poi, da ormai diverse settimane, nient'altro. Niente scrittura di nuovi capitoli, perché non c'è tempo.

E allora la mia Nora Cooper batte il piedino nervosa. Lei non ha tanta voglia di aspettare, né le fa troppo piacere essere messa da parte. Così alla fine ho dovuto farci una chiaccherata 'vis a vis'.
Se vogliamo continuare a concederci questo grande lusso di vivere facendo quello che ci piace fare, cara Nora, dobbiamo impegnarci anche in quest'infinità di attività collaterali che ogni tanto ci mettono in crisi e ci fanno chiedere se siamo davvero all'altezza. 
E poi, per concludere, un piccolo 'contentino': Ancora due o tre settimane, cara Nora, e poi staremo tutti i giorni insieme, almeno un po' di ore al giorno - spero - Tutte quelle che la famiglia, l'organizzazione della casa, la scuola di mio figlio, i miei gatti, il giardino, i social networks, i post, il marketing e quant'altro ci permetteranno!