Il mio colloquio con gli insegnanti di mio figlio e le 'body percussion'

Come ho già fatto io prima di voi, leggendo il titolo di questo post molti si staranno chiedendo cosa diavolo “c'azzecano” le body percussion con il colloquio con gli insegnanti di mio figlio.
Ma non fatevi portare fuori strada dagli abbinamenti inconsueti. È proprio dove un elemento insolito scardina il normale andamento delle cose che arriva il meglio.
Credetemi.
Ma cominciamo dall'inizio.
Chiunque segua anche sporadicamente questo blog, sa che quest'anno - dal punto di vista scolastico - è stato per noi un anno di grandi cambiamenti.
Ho iscritto mio figlio a una scuola steineriana e - a parte l'enooooorme sacrificio di accompagnarlo e riprenderlo in una zona di Roma molto distante da quella in cui abitiamo - non rimpiango nemmeno per un attimo questa scelta che anzi, per motivi pratici, ho rimandato troppo a lungo.
Ho già detto altrove in modo generico di questo cambiamento (se vi va, questo è il post).
Ma oggi vorrei raccontarvi dell'ultimo incontro organizzato con gli insegnanti, per parlare della classe e dei programmi.
Lo so, fin qui niente di nuovo. Si fa in tutte le scuole. E con lo stesso spirito degli altri anni mi sono preparata per questo appuntamento di routine.
A questo punto immaginate: un nutrito gruppetto di genitori in attesa, seduti nei banchetti di legno dei nostri figli. Arrivo degli insegnanti e comunicazione: “Bene. Si comincia con musica”.
Nel vero senso della parola, ho capito dopo.
Il nostro carissimo maestro Andrea senza una parola attacca dei cartoncini sulla lavagna (e questo già ha cominciato a insospettirmi). Nei cartoncini sono disegnati dei piedi, dei pantaloni, una camicia, delle mani...
“Allora. Tanto per cominciare, un po' di body percussion, per conoscere il lavoro che i vostri figli stanno facendo con me” ci spiega poi.
I genitori si alzano tutti in piedi (e per un attimo, lo ammetto, ho studiato se ci fosse qualche possibile via di fuga. Ma niente da fare).
A questo punto il maestro ci spiega che i disegni indicano dove battere le mani: tra di loro, sulle cosce (pantaloni), sul petto (camicia). Nei cartoncini sono disegnate anche un paio di scarpe: lì vuol dire che dobbiamo battere i piedi. Un segnale di divieto indica la pausa.
Si comincia.
Il maestro ci dà il ritmo e noi non ce la caviamo neppure male, così ci divide in due gruppi, con ritmi sfalsati. Poi più difficile ancora: eseguire gli stessi ritmi al contrario. E più velocemente.
Siamo così bravi che - prima dell'esposizione del programma e delle informazioni sull'andamento della classe da parte degli altri insegnanti - il maestro ci propone di cantare insieme il ritornello di una canzone africana. Ci accompagna lui con un dulcimer, un antico strumento medioevale, che guarda caso ha con sè.
In confronto la poesia di Goethe per la lezione di tedesco, i calzini che devono finire di fare a maglia o l'Africa studiata al posto dell'Europa, per accompagnare il lavoro di musica, sono percorsi quasi prevedibili (ma perfetti!).
Mi sono scoperta a sorridere tra me, immaginando che a questa riunione ci si potesse essere trovato mio marito. Ma forse anche lui, come me, dopo il primo momento di disorientamento si sarebbe divertito.
Perché ho raccontato tutto questo?
Perché ho pensato che è bello che ci sia qualcuno che si occupi ancora con amore e un pizzico di originalità dell'insegnamento dei nostri figli. Di più. È bello che ogni tanto qualcuno ci costringa ad uscire dalla nostra comfort zone per essere noi stessi ancora un po' bambini, o almeno qualcosa di diverso da quello che sempre siamo.

È una specie di esercizio. E tutti noi dovremmo allenarci a farlo più spesso, per scoprire che a volte fuori dalla nostra comfort zone diamo il meglio di noi.

E voi? Quale è stata l'ultima volta in cui siete stati costretti ad uscire dalla vostra comfort zone?

      Ciao
          Giulia