Dieci buoni motivi per cui scrivo storie mystery

Stavo combattendo con il vetro di una finestra - niente di più del vetro di una grande finestra - che a un certo punto della mia storia doveva essere indistruttibile e in un altro momento della stessa storia mi serviva si rompesse perché la mia protagonista potesse salvare una vita.
Combatto con problemi come questo ogni giorno, diverse volte al giorno, mentre scrivo. Ma questa volta mi è venuto da chiedermi: perché ho scelto di scrivere mystery?

Sapete... Non è sempre così semplice. Bisogna far tornare i conti e pensare molto al plot, e intrecciare così tanti fili stando ben attenti a non fare confusione e a non lasciarne nessuno in sospeso...

Comunque, queste sono le risposte che ho trovato per la mia domanda:


1) Conoscete un altro modo di uccidere qualcuno senza finire in prigione? O, capovolgendo: conoscete un altro modo di salvare chi amate senza rischiare la vostra vita?

2) Nell'eterna lotta tra il bene e il male, quando scrivi un mystery puoi far vincere il bene ogni volta che vuoi. Che magnifica sensazione! Il mondo è pieno di cattive notizie e di incertezze, ma io ho sempre il mio lieto fine.

3) Posso mettere nelle mie storie persone che detesto e farle trovare in situazioni così infernali che riesco a sentirmi meglio senza alcun senso di colpa.

4) Io amo le domande e un mystery è un enorme contenitore di domande.

5) Qualsiasi cosa succeda nelle mie storie, posso sempre pensare che è tutta finzione.

6) Posso scoprire l'assassino prima di chiunque altro.

7) Quando prendo informazioni sul modo migliore per uccidere qualcuno senza lasciare tracce, nessuno fa strani pensieri su di me.

8) Posso pensare: “vorrei ucciderlo (o ucciderla)” senza sentirmi in colpa.

9) Mi sento un po' meno strana se la prima cosa che guardo, quando apro un quotidiano, sono gli annunci funebri.

10) Scrivo mystery semplicemente perché questo è il tipo di storie che mi piace leggere, e ancora di più, scrivere.

     Ciao,
            Giulia

Io, Amazon, il Biancospino e il Salone del libro di Torino

Non so quale sia la vostra paura più solida. La mia – fino a qualche giorno fa – era quella di parlare in pubblico. È facile dire “sei una scrittrice... che problemi puoi mai avere con le parole?”. Cambiate prospettiva. Qualche volta chi scrive lo fa anche per non parlare. Una strana forma di afasia. Abbiamo il nostro mondo di parole scritte e spesso ci basta.
Succede poi però che Amazon ti chiami per partecipare a ben due incontri al Salone del libro di Torino e tu – che ti spezzi i pensieri e passi ore davanti al computer per fare questo lavoro e per farlo al meglio – ti dici che non puoi permetterti di dire di no.
Stiamo parlando dei tuoi libri, dei libri che tanto ami. Non faresti questo piccolo-grande sacrificio per loro?
Il senso di colpa. Il grande motore della storia. Funziona. E ho detto sì.

Ho passato le settimane successive al mio 'sì' ad Amazon chiedendomi spaventata: “e adesso?” 
Penso che uno dei motivi per cui sono stata invitata a partecipare a questi due panel è che “Prima di dire addio”, primo libro della serie di Nora Cooper, è stato l'ebook più venduto su Amazon nel 2014.
“Non sarò in grado di rendere giustizia a questo risultato”, mi ripetevo, scettica.
Ma avevo detto di sì. E l'avevo detto in modo convinto. Come il condannato che si rassegna alla sua pena.
Arriva sempre un momento, nella vita – mai a suon di carezze – in cui senti che devi giocare il tutto per tutto e buttare il cuore oltre l'ostacolo. Altrimenti le paure diventeranno fobie.
La preparazione alla mia conversazione informale al Salone del Libro è cominciata con lunghi monologhi pronunciati ad alta voce in macchina (e nemmeno voglio immaginare cosa avranno pensato i miei 'vicini di coda', nel traffico). All'inizio mi faceva persino strano sentire la mia voce e perdevo continuamente il filo del mio discorso immaginario. Ve l'ho detto, non sono abituata. Poi mi sono resa conto che era un esercizio utile e ho continuato fino al mio arrivo in albergo a Torino.
Ma la preparazione non si è fermata qui.
Uso la medicina omeopatica e ho scoperto che il Gelsemium è il rimedio per chi ha paura di parlare in pubblico. E allora: un tubo dose una settimana prima dell'evento e un altro la sera prima.
Mia sorella mi ha regalato una pietra di turchese (che ho stretto in mano tutto il tempo). Qualche goccia di Biancospino ha fatto il resto.
Il risultato? Dal mio punto di vista soddisfacente. Non so se avrei potuto fare meglio e dire cose più intelligenti. Forse sì. Ma tutto sommato me la sono cavata e tra un incontro e l'altro la notte sono riuscita anche a dormire.

Quale è stato il mio 'elisir'? Il premio che viene dato all'eroe che ha il coraggio di affrontare il viaggio?
Ho conosciuto persone squisite con le quali spero di rimanere in contatto (vi assicuro che l'Ufficio Stampa e i Responsabili di Amazon e di CreateSpace, il team di Mirandola Comunicazione, Mia Ceran e tutte le persone che hanno partecipato con me a questo evento sono in gamba e piacevolissime). Di più: ho incontrato colleghi che conoscevo solo virtualmente e che sono persone speciali, come Luca Rossi e Wirton Arvel. Ho fatto nuovi incontri - piacevolissimi - con altri autori indipendenti. 
Riccardo Bruni, Massimo Volta, Caterina Emili, Jenny Anastan... è stata davvero una grande occasione esserci conosciuti. Non perdiamoci di vista!
Ho avuto delle bellissime interviste (questa sul Corriere.it vale la pena di essere ricordata), ho ricevuto un invito molto interessante, che non ho potuto per il momento accettare. Ma forse, chissà, in futuro...
Ho capito di non essere un abile oratore ma di potercela fare, se necessario. E questa è forse la parte migliore di tutta la storia.
Tante righe, quindi, solo per dire che quando ci mettiamo in gioco sul serio, con le nostre paure più profonde, qualcosa di buono deve per forza accadere. 

             Namasté,
                      Giulia


  

La mia protagonista Orfana e Guerriera

Per chiarire ogni dubbio fin dall'inizio, preciso che il riferimento di questo post è un libro utilissimo a chiunque si occupi di scrittura e, di conseguenza, abbia a che fare con quella parte coinvolgente e impegnativa che è la creazione di un personaggio.
Se non avete ancora letto L'eroe dentro di noi di Carol Pearson, fatelo. È un utile strumento di lavoro e uno spunto di riflessione quotidiana per tutti.

Ma per tornare a noi. Chiunque di voi abbia letto almeno uno dei miei libri e conosca la mia Nora, sa che ha avuto un'infanzia difficile, con un padre violento e una madre fragile. Sa che Nora ha affidato a suo marito il compito di farla sentire amata e protetta, che ha delegato a lui il timone della loro vita insieme. Insomma, stando agli archetipi raccontati ne L'eroe dentro di noi, la mia Nora è un'Orfana.

Leggo dal libro della Pearson: La storia dell'Orfano è quella del sentirsi impotenti, di anelare a un ritorno all'innocenza originaria, un'innocenza totalmente infantile, in cui a ogni nostro bisogno provvede una figura materna o paterna tutta amore. Con questo anelito si combina e contrasta un senso di abbandono, la sensazione che in qualche modo noi dovremmo vivere in un giardino, amati e al sicuro, e invece siamo scaraventati, orfani, nella giungla, preda di malviventi e di mostri. È la storia della ricerca di qualcuno che si prenda cura di noi, della rinuncia all'autonomia e all'indipendenza per assicurarsi quella cura...

Ma chi conosce la mia Nora sa anche che la sua avventura come detective dilettante comincia con la morte del marito durante una rapina in banca. (Si tratta proprio dell'inizio di “Prima di dire addio”, quindi credo di non togliere nulla al lettore curioso di leggerlo.) Lui era non solo l'uomo della sua vita, ma anche quello che le permetteva di sentirsi amata e al sicuro. La sua 'comfort zone', insomma.

E allora? Cosa succede a Nora, rimasta sola e con un grave problema da risolvere?

Non voglio rivelare troppo del libro, ma per capire questo passaggio, torna utile quello che scrive ancora la Pearson: L'archetipo dell'Orfano è una condizione infida. Il suo superamento consiste nell'uscire dall'innocenza e dal rifiuto per imparare che la sofferenza, il dolore, l'indigenza e la morte fanno inevitabilmente parte della vita.

Tutto questo riguarda Nora molto da vicino (e direi anche molti di noi). E cos'è che Nora deve imparare? Che il mondo non è solo caduta negli inferi e assenza di un abbraccio caldo, mi viene da rispondere. Nora deve imparare a conoscere le sue risorse e la forza che ha dentro di sé, e che non ha mai sperimentato, attraverso quello che la Pearson definisce l'archetipo del Guerriero.

Nora vedova è la riprova che non è possibile affidare agli altri la soluzione dei nostri problemi.
Gli altri possono amarci e proteggerci, ma siamo noi i primi a dover prenderci cura di noi stessi.

Comincia così, con questo lutto di Nora, quello che gli addetti ai lavori chiamano 'arco di trasformazione' del personaggio. Essendo Nora una protagonista seriale, avrei potuto semplicemente farla lavorare come un 'eore catalizzatore', quel tipo di protagonista che non cambia, ma stimola il cambiamento negli altri personaggi che gli stanno intorno. Ma mi piace che abbia un'evoluzione attraverso i vari momenti della vita che attraversa da un libro all'altro.

Ho deciso di mettere la mia protagonista davanti a sfide che la riguardano personalmente. E così, in questo suo percorso, Nora è costretta ad incontrare un nuovo archetipo, quello del Guerriero

Sentite un po' cosa scrive la Pearson sul Guerriero: Questo archetipo serve a insegnarci a riconoscere il nostro potere e ad affermare la nostra identità nel mondo. Il potere può essere fisico, psichico, intellettuale e spirituale.

È questo il punto di arrivo di Nora? Sono costretta a chiedermelo, visto che sto scrivendo nuovi libri della serie. E la mia risposta è no. Lo stadio del Guerriero non è un punto di arrivo definitivo, né per lei né in nessun percorso di crescita individuale.

Quindi anche Nora, come capita a tutti noi in base alle difficoltà che la vita ci mette davanti, dovrà incontrare e scontrarsi con altri stadi di crescita. Quelli indicati dalla Pearson, attraverso gli archetipi-base, sono sei: l'Innocente, l'Orfano, il Martire, il Viandante, il Guerriero e il Mago. (Ma diventano dodici nel secondo volume della Pearson 'Risvegliare l'eroe dentro di noi')
Non un percorso lineare, ma fasi che si possono alternare in modo diverso in diversi percorsi di crescita e che possono, e devono, coesistere.

E allora, in base a tutto quello che ci siamo detti, come proseguirà il percorso di Nora? Chi la conosce sa che ha trovato un nuovo compagno e che questo compagno le ha chiesto di sposarlo. Su questa richiesta di matrimonio sto riflettendo molto. Ma sto cercando di farlo dal punto di vista di Nora. Cosa significa, per lei, a questo punto del suo percorso di crescita accettare di sposare il suo Steve?

È un passo in avanti o manca qualcosa, in mezzo, perché non sia un passo indietro?

Ma su questo vi aggiornerò appena (spero non molto) il mio nuovo libro sarà completato e la parola FINE metterà un punto - almeno temporaneo - ad ogni dubbio.